La pubblicazione de Il primo catasto fondiario urbano di Bivona (1838) di Paolo di Salvo ad opera dell'Amministrazione Comunale costituisce una conferma della grande sensibilità che questa Amministrazione ha sempre mostrato nei confronti della cultura, promuovendo la conoscenza della storia e delle tradizioni locali.
Il volume, corredato da un ricco apparato iconografico e da molte mappe, si articola in due sezioni: la prima riguarda l'elaborazione del catasto urbano del 1838, la seconda le trasformazioni urbanistiche che interessarono l'area cittadina coinvolta nel Seicento nella costruzione del collegio gesuitico.
Con la prima parte di questo studio l'ingegnere Di Salvo mette un punto fermo nella storia dell'urbanistica bivonese, sia perché documenta la planimetria del vecchio centro storico, sia perché pone le premesse indispensabili per lo studio dell'impianto urbano di Bivona dei secoli precedenti. Infatti la planimetria della cittadina, ottenuta attraverso l'elaborazione del catasto urbano del 1838, fa riferimento a un impianto urbano diverso da quello attuale in quanto precede di pochissimi anni i rilevanti cambiamenti urbanistici che coinvolsero Bivona dopo la costruzione della strada Nazionale (l'attuale via Roma) e la copertura dell'alveo del torrente ove ora insistono l'attuale via Lorenzo Panepinto e la piazza Guglielmo Marconi: fu in queste nuove arterie cittadine che ben presto si concentrarono le principali attività commerciali e le nuove abitazioni delle famiglie emergenti, con il conseguente spostamento del baricentro urbano.
Nel volume sono ampiamente illustrate le ragioni che indussero le autorità borboniche ad introdurre il catasto fondiario, la composizione della commissione incaricata a Bivona di compilarlo, e la necessità, avvertita allora per la prima volta, di procedere alla denominazione delle strade e alla numerazione delle porte. Quel che mi preme sottolineare è che l'autore, prendendo spunto dai dati catastali e dalle mappe molto circostanziate che ne derivano, e giovandosi di una vasta documentazione che si spinge indietro fino al Trecento, ha impreziosito il suo lavoro di ricerca con una analisi puntuale. delle tipologie abitative, dei materiali e delle metodologie edilizie, dell'assetto viario, delle xanee e dei pozzi dell'abitato, dei giardini urbani, delle attività produttive artigianali e commerciali. Anzi, in quest'ultimo caso ha dato prova della sua professionalità e della sua competenza di ricercatore fornendo un contributo magistrale sulla tecnologia dei paratori di arbaxio, così come in precedenza aveva fatto per la tecnologia dei mulini ad acqua, con due bellissimi volumi (Mulini e Paratori ad acqua nella valle del Magazzolo. (1995), e Mulini ad Acqua in Sicilia (2001)), quest'ultimo scritto con il luminare della storia medievale siciliana H. Bresc, a testimonianza dell'autorevolezza riconosciuta sull'argomento al nostro Paolo Di Salvo.
Ma Paolo non si limita a fornire un quadro dettagliato dei temi precedentemente ricordati: egli propone all'attenzione dei lettori alcune sue riflessioni su argomenti che lo hanno molto interessato e coinvolto: l'origine del toponimo Bivona, l'ubicazione dello Steri vecchio, il convento di S. Maria di Gesù e i terremoti che hanno interessato la cittadina, la lapide seicentesca dell'abbadessa di S. Chiara recentemente ritrovata nell'antico monastero.
E ancora, il contenuto del volume trova un ulteriore motivo di interesse nella costante attenzione mostrata da Paolo Di Salvo per la ricostruzione della vita materiale, dei risvolti sociali, delle connotazioni antropologiche della società bivonese dei periodi da lui di volta in volta trattati: e infatti, quando se ne presenta l'occasione, egli descrive situazioni, ambienti, comportamenti ormai scomparsi: le corone di ferule che pendevano dai ganci negli scrittoi delle case dei possidenti, i gabinetti pensili, l'alcova, il linguaggio delle campane, l'uso dei soprannomi, la gestione dei letamai (i cosiddetti fumirari).
D'altra parte, la ricostruzione della cultura materiale e ideale delle generazioni passate, basata sulla capacità di elaborare i ricordi personali e familiari e di interrogare la documentazione di archivio, costituisce una costante nella produzione storica e letteraria di Paolo, legatissimo alla cittadina che gli ha dato i natali. Esemplare a riguardo risulta il brano col quale introduce il suo bellissimo volume di racconti, pubblicato nel 1993 e intitolato Nove storie, racconti questi che prendono spunto da episodi realmente accaduti nella cittadina. Lui scrive: "Profugo dalla mia patria natale, dentro di me è successo come una macerazione di fatti, luoghi, parole, accadimenti, immagini, suoni, odori e sapori che, fantasmi vaganti nella nebbia dei ricordi, nel tempo e in lontananza hanno originato come una pena, di cui ho trovato casualmente un' identità nella prefazione ad un libro... che esprime il sentimento di chi vive nella diaspora, di chi vede il proprio mondo nativo allontanarsi, tramontare: "mi sono lasciato alle spalle quel mondo, ma sono rimasto profondamente, visceralmente, dolorosamente radicato in esso, l'ho perduto e lo conservo intatto e vivo nel mio cuore".
Anche nell'altro bel volume pubblicato nel 2000 e intitolato Parlavano cubbi cubbi. Fatti e personaggi del Settecento siciliano, l'obiettivo dell'autore è quello di scavare nella mentalità, nei sentimenti, nelle aspirazioni delle persone comuni di quel secolo.
Tenuto conto di questi interessi, possiamo dire che lo studio dell'urbanistica bivonese costituisce un campo di ricerca molto appropriato per il nostro autore, se si tiene conto che la forma urbana riflette la storia della comunità, essendo determinata dall'ambiente fisico, dalla stratificazione sociale, dalle forze economiche, dalle credenze religiose, dalla cultura ideale e materiale della stessa comunità.
Bivona costituisce un esempio abbastanza pertinente di ciò: il primitivo impianto dell'abitato sviluppatosi nel XII e XIII secolo presenta un assetto urbano derivante da un lento accrescimento per aggregazione spontanea, con numerosi cortili, e un sistema viario irregolare, ed è questo impianto che intorno alla metà del XIV secolo venne cinto da mura, racchiudenti una superficie di circa 10 ettari. Con la riduzione della popolazione in seguito all'epidemia di peste nera che imperversò a partire dal 1348 l'ambito dell'abitato rimase circoscritto dentro le mura fino alla metà del Quattrocento quando, in seguito a un consistente flusso immigratorio, dapprima si formò un sobborgo chiamato Rabatello al di fuori del tratto settentrionale delle mura e poi per effetto di una pianificazione urbanistica voluta dai Luna, signori della cittadina, si formarono i nuovi quartieri settentrionali e orientali con una orditura viaria geometrica e uniforme. Questi quartieri, che portarono la cittadina ad avere una superficie di 20 ettari, accolsero nel Quattrocento e nel Cinquecento migliaia di nuovi abitanti per lo più con modeste disponibilità economiche, e rimasero sempre caratterizzati da una edilizia povera e dalla quasi totale assenza di fondazioni ecclesiastiche. Nei vecchi quartieri entro le mura si concentravano invece le abitazioni delle famiglie più abbienti, le attività commerciali, la giudecca degli ebrei (finché non vennero espulsi dalla Sicilia nel 1492), e sempre più numerosi i grandi complessi conventuali e monastici il cui insediamento determinava l'alterazione del tessuto urbano originario con l'abbattimento di case e l'inglobamento di strade per la costruzione della chiesa, del convento, del giardino e per la creazione di spazi di rispetto dinanzi l'edificio sacro.
A tale proposito, Paolo Di Salvo fornisce nella seconda sezione del suo volume, che riguarda la fabbrica del secondo collegio gesuitico di Bivona, una felice prova della sua capacità di ricostruire attraverso minute notizie un mosaico ricco di significati, poiché egli non si limita a stilare una cronologia della fabbrica del collegio e della chiesa, ma, attraverso il confronto di decine di atti notarili, propone al lettore una mappa dell'originario brano di tessuto urbano che venne cancellato nel corso del Seicento per dar corso a quelle fabbriche. Ed inoltre puntualizza i più vari aspetti attinenti le attività murarie e artigiane, localizza le cave e le carcare, riferisce dei salari e degli architetti, annota le spese e infine traccia un quadro interessante e ammirato della gestione economica dell'azienda gesuitica.
Questo studio è senz'altro un brillante esempio per quanti, pur con indubbie difficoltà legate alla documentazione rimasta, vorranno accertare le trasformazioni avvenute in altri comparti urbanistici bivonesi che, tra la fine del Quattrocento e l'inizio del Seicento, videro sorgere i grandi complessi conventuali del Carmine e di S. Domenico, e i monasteri di S. Paolo e di S. Chiara, e, se è vero che chi ben comincia è alla metà dell'opera, questa sfida potrebbe essere raccolta proprio da Paolo Di Salvo.

Ultimo aggiornamento (Martedì 15 Giugno 2010 09:34)